Banco di Ferro (Timpa S. Angelo - S. Lorenzo Bellizzi)
19.4.15

di Luca D'Alba

E' il 19 aprile 2015, domenica. Sono appena rientrato a casa dopo due giorni passati in montagna nei pressi di S. Lorenzo Bellizzi. Mi piace staccare completamente dal lavoro e andare via da Trebisacce senza pensare a ciò che mi attenderà il lunedì. Oggi ho trascorso una bella giornata con la sottosezione CAI Cerchiara sulla Timpa di S. Lorenzo, avvolti nella nebbia. Il Banco di Ferro e la sua grotta, a metà parete della Timpa di S. Angelo a S. Lorenzo Bellizzi, sono stati invece la mia meta di sabato, ancora una volta in compagnia del mio fidato e collaudato compagno di avventure Giovannino Santagada, che di "ino" ha veramente poco, visto che è un omone grande grande. Quando si visita un posto se ne coglie l'anima (o il genius, come definito dall'altro grande amico Francesco Bevilacqua), se la si ricerca, anche la prima volta. Ciò che cambia, nelle volte successive, sono le sensazioni che quel locus suscita a seconda delle stagioni e delle persone che ti accompagnano e con cui lo condividi. Dopo la terza "gita" al Banco mi decido a scrivere anche delle altre due, come ricordo di esperienze sempre uniche. Prima di raccontarle è tuttavia necessario che spieghi cosa è "il Banco" e dove si trova esattamente. Lungo la strada che da Cerchiara di Calabria conduce a S. Lorenzo Bellizzi, superato il bivio del Santuario della Madonna delle Armi, inizia una serie di tornanti in discesa con una vista straordinaria sulle "timpe": Timpa di Cassano e Timpa di San Lorenzo in primo piano, così vicine tra loro da formare un canyon che, a mio avviso, poco ha da invidiare al Grand Canyon: le Gole del Raganello. Alle spalle di queste due timpe svetta la piramide inconfondibile della Timpa di Falconara, paradiso dei climbers meridionali. Particolarmente suggestiva (soprattutto per chi l'ha conosciuta da vicino percorrendola e provandone la maestosità) è la fenditura nella parete rocciosa sottostante la Timpa di Cassano in cui scorre il torrente Grimavolo, creando una forra alta circa 460 metri che sfocia nel letto del Raganello. Proseguendo lungo la strada si nota, sulla destra, una parete di roccia strapiombante alta all'incirca 250 metri. Orbene, proprio su questa parete si trova "il banco", ossia un sentiero che attraversa trasversalmente la timpa sfruttando le sue strette cenge. In alcuni punti il passaggio è così aereo da suggerirne la protezione con corde, dato che guardando in basso si ha la netta sensazione di vuoto sotto i piedi. È stupefacente come questo sentiero venisse percorso in tempi remoti dalle pecore e dai pastori, che si muovevano con passo fermo e deciso lungo questi "pericolosi terrazzi", come definiti da Nino Larocca nel suo libro "Il Pollino Orientale". Dopo il primo tratto, che presenta un paio di piccoli travesi da superare in arrampicata, si giunge all'ingresso di una grotta. È questa la vera meta dell'escursione, il cuore della montagna. Si tratta di una cavità non particolarmente difficile da esplorare. Non richiede infatti l'uso di corde, dal momento che il suo sviluppo è pressoché orizzontale. Ma è pur sempre un ambiente ipogeo, in cui muoversi è cosa delicata ed implica un minimo di atleticità. Al di là degli aspetti tecnici, la Grotta del Banco di Ferro, così chiamata per via degli ossidi ferrosi che conferiscono  un particolare colore rossastro alle rocce circostanti il suo ingresso, è una miniera di storia. La sua prima esplorazione risale al 1939, quando venne scoperta dall'Ispettore della Milizia Nazionale Forestale Enzo dei Medici. All'interno della grotta sono stati rinvenuti manufatti in ceramica di età protostorica, a riprova del fatto che già in quell'epoca veniva frequentata dall'uomo. La mia prima "gita" al Banco di Ferro è stata il 9 agosto 2014. L'itinerario mi viene proposto nientepopodimeno che da Nino Larocca, uno dei più grandi speleologici e ricercatori di grotte del meridione d'Italia, nonchè coniatore del termine "banchismo". Dopo aver letto le sue pubblicazioni sulle gole del Raganello e sul Pollino Orientale ed aver apprezzato gli approfondimenti storico-territoriali delle sue guide, ho capito che da lui avrei potuto apprendere ancora tanto incontrandolo personalmente. E così la mia prima escursione con lui è proprio al Banco, in un caldo pomeriggio d'estate. La mattina ho guidato un gruppo in escursione nelle gole basse del Raganello ed ho proposto a Gabriele (un ragazzo di Bergamo, ma originario di Roseto C.S., che già l'anno prima era stato con me nelle gole alte) ed al suo amico Francesco di prender parte alla gita pomeridiana. L'appuntamento con Nino è al ristorante "Il Pino Loricato" di San Lorenzo, posto di ritrovo di tutti gli escursionisti, gestito da gente educata ed umile, oramai amici di vecchia data. I bergamaschi restano stupiti dalla figura di Nino: una persona alla mano, allegra e diretta. Conosce ed ha buoni rapporti con ogni singolo sallorenzano, nonostante lui sia di Alessandria del Carretto. Si presenta a cavallo di una moto  enduro bianca, molto probabilmente sua coetanea (lui ha poco più di 45 anni), con le plastiche della carena posteriore squagliate dal calore della marmitta. La chicca è il portapacchi: una cassettina da frutta in legno con la scritta "Val di Non". Praticamente sembra uno zingaro (nel senso buono ... ovviamente). Attendiamo che ci raggiunga un suo amico, che in effetti dopo qualche minuto arriva alla guida di una moto di ultima generazione, di tutto rispetto. Le parole di benvenuto rivoltegli da Nino sono: "Hai proprio una moto di me@@a!". Nella risata generale per questa esclamazione suggeriamo a Francesco di salire in sella alla moto di Nino per raggiungere l'attacco al banco: la sua espressione è di terrore, ma preso alla sprovvista non sa come dire di no e si limita a fulminarci con lo sguardo. Indossa un casco da alpinismo e salta su pregando chissà quale santo. Imbocchiamo la strada che dal quartiere Sgrotto porta alla cima di Timpa S. Angelo fino al punto più alto e panoramico: il Monte Sellaro di fronte a noi, come vedetta sul mar Jonio, è illuminato dai caldi raggi del sole che a quest'ora (sono circa le 16:00) irradiano la sua imponente parete ovest. Prepariamo l'attrezzatura e ci dirigiamo verso la sommità della Timpa, attravero un senierino che guada un ruscello. Da lì, proprio alle spalle delle timpe di Cassano e San Lorenzo, si possono ammirare 3 delle cinque vette pià alte del massiccio del Pollino: Serra del Dolcedorme, Serra delle Ciavole e Serra di Crispo. L'imbocco del Banco è al di sotto di noi, una cinquantina di metri. Lo raggiungiamo in breve tempo e subito affrontiamo il primo passaggio esposto. Per garantire la sicurezza di Gabriele e Francesco, meno esperti di  noi, allestiamo una corda fissa a dei fix precedentemente posizionati da Nino. È inevitabile pensare all'abilità con cui i pastori, per secoli e secoli, si sono inerpicati senza protezioni su questi tratti. In meno di mezz'ora arriviamo davanti all'ingresso della grotta, così ampio da poter esser visto a diversi chilometri di distanza (a differenza di molte grotte, la cui entrata è pressoché invisibile finchè non ci caschi dentro). Non è la mia prima esperienza in ambiente ipogeo, ma questa volta vi entro accompagnato da chi rappresenta una pietra miliare della speleologia nei nostri luoghi. Il suo approccio è diverso da quello di molti altri. Entra in grotta per pura passsione, non per mero divertimento o per sport. Entra in grotta perchè per lui è cultura, quella cultura che ama trasmettere agli altri con entusiasmo. Ci racconta dei ritrovamenti archeologici e di come si formano stalagmiti e stalagtiti. Grazie a lui so che, studiando l'allineamento del soffito di una grotta rispetto al pavimento, gli scienziati possono (o almeno tentano di) determinare il movimento del sottosuolo. Il giro nelle viscere della terra dura quasi un'ora. Ci resta da affrontare l'ultimo tratto del banco, facile e panoramico. V'è una parte del sentiero in cui la roccia è scavata in modo da rientrare di circa 4 metri. È il punto ideale da cui osservare il crepuscolo. L'ultima difficoltà è una discesa verticale di 20 metri su corda, che rende l'esperienza completa dal punto di vista tecnico. Faccio gli ultimi passi prima di raggiungere l'auto e mi volto indietro a guardare la Timpa ed il terrazzo panoramico appena descritto: devo tornarci con una persona speciale... 31 agosto 2014. Io ed Anna. È una giornata di fine estate tersa e soleggiata, resa gradevole da un fresco zefiro. In questo periodo i turisti che a ferragosto invadono le nostre coste sono andati già tutti via e anche stavolta non hanno apprezzato la parte più bella della Calabria: le sue montagne e le sue colline. San Lorenzo Bellizzi è un paesino che ispira un senso di familiarità. Quieto, sereno, non si avvertono mai rumori molesti. Qui ti senti a casa anche se non sei nato tra i suoi vicoli. Capisco perchè Nino si diletti a trascorrervi diversi giorni "tradendo" la sua Alessandria. Anna è una fiera cerchiarese, che, come me, ama le cose semplici. Osservandola si ha la chiara percezione di come sia in armonia con questi posti ameni e vivi. Avevo il desiderio di portarla al Banco di Ferro perchè so che le piacciono le escursioni un po spericolate e panoramiche. Eccoci allora qui. Lungo il cammino di avvicinamento alla Timpa di S. Angelo le scatto una foto che passerà alla storia per lo sguardo inquisitore con cui è stata immortalata, come per dire: statt attind addu' me ports Luca Da'. In realtà è ritratta così perchè aveva il sole di fronte e, per proteggersi dalla luce, aveva aggrottato le sopracciglia. Per sicurezza attrezzo una corda fissa a protezione dei passaggi esposti, ma non ce ne sarebbe neppure bisogno. Anna si muove leggera ed elegante, senza alcun timore per l'altezza. È straordinariamente portata per l'arrampicata e la pratica molto volentieri...per mia fortuna. Ma lo è un po meno per la speleologia...purtroppo. Agile com'è, si infilerebbe con facilità in ogni cunicolo, ma non le piacciono le strettoie e neppure l'ampio ingresso della Grotta del Banco di Ferro la convince ad  entrarvi. Una foto scattatele rende una chiara idea delle sue perplessità. Non insisto più di tanto, benchè io abbia voglia di ritornare nella grotta e condividere con lei questa esperienza, nuova per lei. In montagna se non si ha il piacere di fare una cosa non la si deve fare. Così ci avviamo verso il rientro. Ci fermiamo qualche minuto su quel terrazzo panoramico creato dalla rientranza della roccia, che è proprio il punto dovevo volevo portarla...il più bello del Banco. È sospeso nel vuoto con un tetto che lo ripara. Le propongo di tornarvi con tenda e sacco a pelo per passarvi una notte e lei, contenta, mi abbraccia tutta felice, regalandomi una gioia immensa. Ci piace fare le stesse cose, che non sono "grandi" cose, ma ci bastano per essere felici. Appronto la corda per la discesa. È molto suggestiva e di certo non è indicata per chi soffre di vertigini. Fidarsi di una corda del diametro di un centimetro non è una cosa che si può insegnare. O ti fidi o non farai mai il passetto indietro per trasferire il peso dalle tue gambe all'imbraco. Anna supera anche questa prova con disinvoltura, anzi, ci prende gusto. La calo fino a giù e poi scendo in doppia. Mano nella mano percorriamo il sentiero che scende fino alla strada, dove ci attende la mitica Lanos. 18 aprile 2015. Io e Pecuzzo, alias Giovannino Santagada. Terzo giro al Banco di Ferro. La primavera regala le condizioni migliori per vivere le nostre montagne. Sono di buon umore perchè proprio stamattina il muratore che sta ristrutturando casa della nonna a Cerchiara ha spicconato la parete esterna, trovando sotto l'intonaco una meravigliosa pietra a faccia vista. Ne avevo già la certezza, perchè qualche giorno fa, sfogliando un vecchio album,  ho visto le foto del matrimonio dei miei nonni materni intorno agli anni '50 e, in una di esse, si notava la loro casa in pietra. Ciò nonostante la felicità di toccare con mano quella pietra nascosta, lì da sempre, è stata grande. Dopo la "scoperta" insieme a Nino del Banco di Ferro ed il ritorno con Anna, oggi sono qui con Pex per godermi la giornata ed approfittare dell'occasione per dare una sistemata al sentiero ed ai passaggi esposti della cengia. Ad ottobre di quest'anno dovrò condurre un'escursione del CAI di Cerchiara proprio qui e voglio che tutto sia perfetto (soprattutto sotto l'aspetto sicurezza). Iniziamo così a costruire gli omini di pietra che indicano il sentiero. Quelli che fa Giovanni sono immensi, rapportati a lui, che mi dice sempre: “se s'adda fa', s'adda fa' bun”. Omino dopo omino arriviamo all'attaco della parete. Per velocizzare le operazioni non montiamo la corda di sicurezza, ma integriamo gli ancoraggi già presenti con altri fix grazie al tassellatore a batteria Bosch Uneo che, per le ridotte dimensioni, entra quasi in tasca. In men che non si dica arriviamo all'ingresso della grotta. Con Pecuzzo sono già stato alla Grotta di Damale, decisamente più tecnica rispetto a questa. Ma a dimostrazione del fatto che non è l'aspetto sportivo quello che ci interessa, anche questa facile grotta regala ad entrambi meraviglie che non perdiamo l'occasione di fotografare: una colata di calcare che sembra glassa su un bignè, un piccolo antro dai contorni verdeggianti, una colonna di quarzo alta 1.10 mt dal diametro di 40 cm, un conglomerato a forma di triceratopo, un'acquasantiera colma d'acqua cristallina in cui ogni goccia che cade dall'alto crea increspature concentriche dal  centro verso i bordi, una minuscola concrezione calcarea (circa 3 cm) a forma di cavolfiore e, per finire, un coccio di vaso in ceramica carbonifera nera, che lasciamo lì nella prospettiva che qualche studioso possa in futuro trarre elementi utili di ricerca. All'uscita della grotta Giovanni dice una parola semplice, ma spontanea: "bella". Che dire di più? Da lui mi basta questo. Abbiamo imparato a conoscerci condividendo queste avventure e tra noi si è creato un legame sincero, una vera amicizia. Descrivendo la montagna mi sono accorto di aver descritto le persone che con me la frequentano. Ed è naturale che sia così. La montagna non fa che da cornice a qualcosa di ben più grande ed importante: il rapporto con le persone a cui voglio bene. Trascorrere queste giornate con loro dà un senso alla mia esistenza e mi rende immensamente felice. 

grotta banco ferrro
"...il mio occhio cade sulla fiammella della lampada a carburo dei miei compagni, fissata sul loro caschetto..."

Avvertenze

Alcune escursioni presentano particolari difficoltà e richiedono sforzi fisici oltre che capacità tecniche. I partecipanti dovranno pertanto essere sufficientemente allenati per l’attività prescelta e muniti di abbigliamento ed attrezzatura idonei. I minori dovranno essere accompagnati dai genitori o da altro soggetto espressamente delegato, ovvero presentare loro autorizzazione scritta.
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